Nel giovane mondo del rock esiste un'enclave isolata, ignorata o trattata con sufficienza dalla critica che però ha un pubblico diffuso, fedele, transgenerazionale, con diffusione e seguito che non conoscono crisi o riflussi. Questo è il mondo dell'hard rock e del metal. Musica coatta, grossolana, immutabile nei sui schemi? In parte forse è anche vero, però è un fenomeno che non può essere ignorato né risolto in analisi e in giudizi frettolosi. Certo, se parliamo di Led Zeppelin l'atteggiamento cambia, in parte anche se si citano i Deep Purple, recente poi il recupero in sede critica dei Black Sabbath e dei Motorhead, ma poi, più nulla da ascoltare? Aspettando la rivalutazione anche dei Thin Lizzy, degli Iron Maiden e degli AC/DC forse è il caso di puntare i riflettori su un gruppo che ha sì vasto seguito e fama (in Italia meno che altrove) e che risulta essere non solo una delle massime espressioni del "rock duro" ma che ha portato a gestazione un intero genere, il progressive metal o hard progressive: Rush.I Rush, il più famoso gruppo canadese, esordiscono nel 1974 con il disco omonimo. Il gruppo si presenta fin da subito con una formazione a tre: Geddy Lee (voce e basso), Alex Lifeson (chitarra) e John Rutsey (batteria).Il disco di esordio presenta un sound molto debitore dei Led Zeppelin, di cui però non hanno il patos né le chiavi acustiche, con pezzi moderatamente tirati, con buone escursioni strumentali, buone scelte melodiche ma poco più. Lifeson già si mette in luce all'elettrica, Lee comincia a fare le prove generali con il suo basso usato in chiave armonica e funge da cantante con la sua voce acuta e in falsetto, in qualche modo simile ad un Jon Anderson spiritato. Le composizioni sono buone ma non particolarmente interessanti né innovative anche se rimangono alcuni brani efficaci, riproposti per anni nei live-act (Working man, Finding my way", In the mood), il problema è una derivatività marcatissima dal modello dei Led Zeppelin tanto che sembra quasi di ascoltare una cover band, con abbondantissimi riferimenti al dirigibile sparsi ovunque nell'album. L'anno dopo esce l'album successivo, Fly by night, con il cambio alla batteria di Rutsey con Neil Peart. Con l' inserimento di Peart il line up raggiunge l'equilibrio definitivo che durerà fino ai giorni nostri. Il nuovo batterista è tecnicamente decisamente più dotato e latore di un drumming più originale ed inventivo, nonché uno stimato paroliere che d'ora in avanti si occuperà di tutti i testi del gruppo. Il nuovo disco è un deciso passo avanti sia nelle composizioni sia nella definizione di un proprio stile e sonorità. Echi di Led Zeppelin si odono qua e là ma in genere si brilla di luce propria, con un primo tentativo di brano dilatato By Thor and the Snow Dog e una splendida gemma acustica come Rivendell. Inoltre il gruppo cresce molto anche come esecuzione, l'approccio al drumming di Peart è potente e fantasioso e trascina una evidente crescita anche di Lee al basso, usato anche in chiave armonica, e di Lifeson alla chitarra. Fly By night è essenzialmente ancora un disco di puro hard rock pur se con un songwriting evoluto e con accenni embrionali di maggiore complessità e pretenziosità. Nello stesso anno i Rush danno alla luce il terzo disco, Caress of Steel, che contempla sia rimandi al recentissimo passato Bastille day sia malcelate velleità progressive, soprattutto nella suite Fountain of Lamneth, in realtà una falsa suite in quanto collage di parti distinte e non un brano organico, dove si alternano riff propriamente hard-rock a parti melodiche condotte dalla chitarra acustica che assurge spesso a ruolo di protagonista. Caress of Steel è al contempo un disco di transizione e un passaggio importante per il superamento degli stilemi hard rock da cui il gruppo era partito. Passaggio che subisce una accelerazione con il disco dell'anno successivo, 2112, magnus opus della prima fase del gruppo e uno dei loro dischi più famosi e celebrati. Il disco contiene la suite omonima che occupa tutta la prima facciata e se si gioca ancora sull'alternanza di parti hard con derive acustiche rispetto al disco precedente vi è sicuramente una maggiore organicità d'insieme e una maggiore accentuazione di toni epici e di ridondanze progressive. Importante poi l'impatto strumentale, supportato da una tecnica eccellente, con riff e progressioni trascinanti con la chitarra di Lifeson sugli scudi e una sezione ritmica che già si rivela tra le più potenti e creative di tutto il rock. Molto buoni anche i 5 brani della seconda facciata con una orecchiabile A passage to Bangkok, highlight da concerto e una struggente Tears. Il doppio live All the world's a stage chiude la prima fase del gruppo che si ripresenta nel 1977 con A farewell to kings. Molte cose sono cambiate; Il disco è smaccatamente progressive a partire dalla bella copertina allegorica, con l'importante introduzione delle tastiere, suonate da Lee quasi mai comunque in chiave solista, a dilatare i brani ampliando la tessitura sonora delle melodie. A farewell to king perde molto dell' impatto del periodo precedente ponendosi come uno dei meno duri dell'intera discografia dei Rush, l'hard rock degli esordi rimane sullo sfondo preferendosi atmosfere più celebrative con temi ad incastro, come nelle due mini suite Xanadu e CygnusX 1, dai toni spaziali, se non proprio con brani soffusi (Madrigal) o di facile orecchiabilità (Cinderella man, la famosa Closer to the heart). A farewell to king è un disco palesemente progressive, a tratti vicino ad alcune cose degli Yes, oramai lontano dalla matrice Led Zeppelin da cui si era partiti. Forse per reazione ad un disco di indubbio valore sia strumentale che compositivo ma un po’ troppo compassato per gli standard del gruppo, nel 1978 esce Hemispheres in cui si recuperano, fermo restando una matrice progressive evidente, certe sonorità hard, tanto che sembra Hemispheres e non A farewell to kings il successore di 2112, con efficaci stacchi chitarristici e lunghe progressioni strumentali in cui emerge come non mai il grande controllo tecnico e il grande virtuosismo di tutti e tre i componenti. La prima facciata è occupata dalla suite omonima, ma forse le cose migliori sono nella seconda facciata con The trees, un inizio acustico con una parte centrale strumentale arrembante, e l'interamente strumentale La villa strangiato, nove minuti esaltanti non privi di grande suggestione e di raffinatezza con digressioni al limite del jazz-rock. Nel 1980, con i Rush all'apice della fama e della creatività, esce Permanent waves. Se i due dischi precedenti erano dischi di hard-prog stilisticamente legati agli anni ’70, in Permanent waves si modernizza molto il sound rinunciando in parte alle lunghe suite privilegiando dinamiche più immediate e meno involute e giocando piuttosto sulla raffinatezza di certe soluzioni armoniche. Permanent waves mantiene inalterato comunque l'approccio strumentale virtuosistico supportato comunque da un songwriting di altissimo livello, appena limitato da un certo schematismo e rigidità negli arrangiamenti, caratteristica da cui il gruppo non si svincolerà mai. In tal senso i Rush sembrano pagare un tributo alla loro origine nordamericana. L'anno successivo è la volta di Moving Pictures, da molti considerato il miglior disco della band, che riprende le sonorità del disco precedente con alcuni dei brani eccellenti come Tom Sawyer, Red Barchetta, Limelight e la funambolica XYZ, un indulgente ma coinvolgente esercizio di tecnica strumentale con alternanza di parti soliste. Moving Pictures chiude la quadrilogia progressive dei Rush, suggellata dal live Exit stage left e il periodo di miglior gloria artistica. Il successivo Signals apre una nuova fase, i brani sono più corti, si punta alla sintesi più che all'analisi, e il ruolo delle tastiere diventa non solo di appoggio ma assolutamente preponderante sostituendo in parte la chitarra nell'economia complessiva del sound del gruppo; questa è una fase di allontanamento sia dall' hard che dal progressive, preferendo un sound algido, tecnologico e poco irruente. Molti fans della prima ora storcono il naso accusando il gruppo di eccessiva freddezza ma in realtà Signals è un disco di ottima fattura e ben ispirato con ottimi brani come l'iniziale Subdivisions, Losing it, impreziosita dal violino elettrico e New world man, con addirittura una ritmica reggae-rock. Nel 1984 esce Grace under pressure, disco molto orecchiabile, meno levigato del precedente ma anche meno riuscito, e gli anni successivi Power windows e Hold your fire, dischi più riusciti, specie il secondo, sempre nel solco di un power rock supportato da grande tecnica e da un grande songwriting anche se un po’ monolitici come arrangiamenti e scelte stilistiche. Il live A show of hands chiude questa fase del gruppo, che ritorna nel 1989 con Presto, disco peraltro deludente e nel 1991 con Roll the bones che gli è di poco superiore. Come risposta ad un accenno di crisi ispirativa nel 1993 esce Counterparts che recupera nettamente una certa durezza di fondo, con brani però non all'altezza del passato anche recente, e nel 1996 Test for echo, disco molto curato ma poco significativo. Questi ultimi dischi, permanendo comunque una forte dignità di fondo, manifestano una evidente parabola discendente nella creatività del gruppo, la cui stessa esistenza è messa in discussione dalle vicissitudini famigliari di Peart. Ma nel 2002 esce Vapor trails a scompaginare la situazione. Il disco può piacere o meno, a chi scrive non piace, ma marca, dopo 30 anni di carriera, una discontinuità rispetto alle fasi precedenti, presentandosi con un sound molto duro, a volte al limite del "noise", con la chitarra di Lifeson che batte territori asprissimi. Che sia un nuovo inizio oppure l' estrema risposta ad una crisi, magari preludio allo scioglimento, non è dato sapere, certo è che Vapor trails è disco al contempo discutibile e coraggioso, sperando che non sia l'ultimo atto di un gruppo importante sia come definizione stilistica sia come corpus musicale.sabato 15 dicembre 2007
RUSH - Il prog d'oltre oceano
Nel giovane mondo del rock esiste un'enclave isolata, ignorata o trattata con sufficienza dalla critica che però ha un pubblico diffuso, fedele, transgenerazionale, con diffusione e seguito che non conoscono crisi o riflussi. Questo è il mondo dell'hard rock e del metal. Musica coatta, grossolana, immutabile nei sui schemi? In parte forse è anche vero, però è un fenomeno che non può essere ignorato né risolto in analisi e in giudizi frettolosi. Certo, se parliamo di Led Zeppelin l'atteggiamento cambia, in parte anche se si citano i Deep Purple, recente poi il recupero in sede critica dei Black Sabbath e dei Motorhead, ma poi, più nulla da ascoltare? Aspettando la rivalutazione anche dei Thin Lizzy, degli Iron Maiden e degli AC/DC forse è il caso di puntare i riflettori su un gruppo che ha sì vasto seguito e fama (in Italia meno che altrove) e che risulta essere non solo una delle massime espressioni del "rock duro" ma che ha portato a gestazione un intero genere, il progressive metal o hard progressive: Rush.I Rush, il più famoso gruppo canadese, esordiscono nel 1974 con il disco omonimo. Il gruppo si presenta fin da subito con una formazione a tre: Geddy Lee (voce e basso), Alex Lifeson (chitarra) e John Rutsey (batteria).Il disco di esordio presenta un sound molto debitore dei Led Zeppelin, di cui però non hanno il patos né le chiavi acustiche, con pezzi moderatamente tirati, con buone escursioni strumentali, buone scelte melodiche ma poco più. Lifeson già si mette in luce all'elettrica, Lee comincia a fare le prove generali con il suo basso usato in chiave armonica e funge da cantante con la sua voce acuta e in falsetto, in qualche modo simile ad un Jon Anderson spiritato. Le composizioni sono buone ma non particolarmente interessanti né innovative anche se rimangono alcuni brani efficaci, riproposti per anni nei live-act (Working man, Finding my way", In the mood), il problema è una derivatività marcatissima dal modello dei Led Zeppelin tanto che sembra quasi di ascoltare una cover band, con abbondantissimi riferimenti al dirigibile sparsi ovunque nell'album. L'anno dopo esce l'album successivo, Fly by night, con il cambio alla batteria di Rutsey con Neil Peart. Con l' inserimento di Peart il line up raggiunge l'equilibrio definitivo che durerà fino ai giorni nostri. Il nuovo batterista è tecnicamente decisamente più dotato e latore di un drumming più originale ed inventivo, nonché uno stimato paroliere che d'ora in avanti si occuperà di tutti i testi del gruppo. Il nuovo disco è un deciso passo avanti sia nelle composizioni sia nella definizione di un proprio stile e sonorità. Echi di Led Zeppelin si odono qua e là ma in genere si brilla di luce propria, con un primo tentativo di brano dilatato By Thor and the Snow Dog e una splendida gemma acustica come Rivendell. Inoltre il gruppo cresce molto anche come esecuzione, l'approccio al drumming di Peart è potente e fantasioso e trascina una evidente crescita anche di Lee al basso, usato anche in chiave armonica, e di Lifeson alla chitarra. Fly By night è essenzialmente ancora un disco di puro hard rock pur se con un songwriting evoluto e con accenni embrionali di maggiore complessità e pretenziosità. Nello stesso anno i Rush danno alla luce il terzo disco, Caress of Steel, che contempla sia rimandi al recentissimo passato Bastille day sia malcelate velleità progressive, soprattutto nella suite Fountain of Lamneth, in realtà una falsa suite in quanto collage di parti distinte e non un brano organico, dove si alternano riff propriamente hard-rock a parti melodiche condotte dalla chitarra acustica che assurge spesso a ruolo di protagonista. Caress of Steel è al contempo un disco di transizione e un passaggio importante per il superamento degli stilemi hard rock da cui il gruppo era partito. Passaggio che subisce una accelerazione con il disco dell'anno successivo, 2112, magnus opus della prima fase del gruppo e uno dei loro dischi più famosi e celebrati. Il disco contiene la suite omonima che occupa tutta la prima facciata e se si gioca ancora sull'alternanza di parti hard con derive acustiche rispetto al disco precedente vi è sicuramente una maggiore organicità d'insieme e una maggiore accentuazione di toni epici e di ridondanze progressive. Importante poi l'impatto strumentale, supportato da una tecnica eccellente, con riff e progressioni trascinanti con la chitarra di Lifeson sugli scudi e una sezione ritmica che già si rivela tra le più potenti e creative di tutto il rock. Molto buoni anche i 5 brani della seconda facciata con una orecchiabile A passage to Bangkok, highlight da concerto e una struggente Tears. Il doppio live All the world's a stage chiude la prima fase del gruppo che si ripresenta nel 1977 con A farewell to kings. Molte cose sono cambiate; Il disco è smaccatamente progressive a partire dalla bella copertina allegorica, con l'importante introduzione delle tastiere, suonate da Lee quasi mai comunque in chiave solista, a dilatare i brani ampliando la tessitura sonora delle melodie. A farewell to king perde molto dell' impatto del periodo precedente ponendosi come uno dei meno duri dell'intera discografia dei Rush, l'hard rock degli esordi rimane sullo sfondo preferendosi atmosfere più celebrative con temi ad incastro, come nelle due mini suite Xanadu e CygnusX 1, dai toni spaziali, se non proprio con brani soffusi (Madrigal) o di facile orecchiabilità (Cinderella man, la famosa Closer to the heart). A farewell to king è un disco palesemente progressive, a tratti vicino ad alcune cose degli Yes, oramai lontano dalla matrice Led Zeppelin da cui si era partiti. Forse per reazione ad un disco di indubbio valore sia strumentale che compositivo ma un po’ troppo compassato per gli standard del gruppo, nel 1978 esce Hemispheres in cui si recuperano, fermo restando una matrice progressive evidente, certe sonorità hard, tanto che sembra Hemispheres e non A farewell to kings il successore di 2112, con efficaci stacchi chitarristici e lunghe progressioni strumentali in cui emerge come non mai il grande controllo tecnico e il grande virtuosismo di tutti e tre i componenti. La prima facciata è occupata dalla suite omonima, ma forse le cose migliori sono nella seconda facciata con The trees, un inizio acustico con una parte centrale strumentale arrembante, e l'interamente strumentale La villa strangiato, nove minuti esaltanti non privi di grande suggestione e di raffinatezza con digressioni al limite del jazz-rock. Nel 1980, con i Rush all'apice della fama e della creatività, esce Permanent waves. Se i due dischi precedenti erano dischi di hard-prog stilisticamente legati agli anni ’70, in Permanent waves si modernizza molto il sound rinunciando in parte alle lunghe suite privilegiando dinamiche più immediate e meno involute e giocando piuttosto sulla raffinatezza di certe soluzioni armoniche. Permanent waves mantiene inalterato comunque l'approccio strumentale virtuosistico supportato comunque da un songwriting di altissimo livello, appena limitato da un certo schematismo e rigidità negli arrangiamenti, caratteristica da cui il gruppo non si svincolerà mai. In tal senso i Rush sembrano pagare un tributo alla loro origine nordamericana. L'anno successivo è la volta di Moving Pictures, da molti considerato il miglior disco della band, che riprende le sonorità del disco precedente con alcuni dei brani eccellenti come Tom Sawyer, Red Barchetta, Limelight e la funambolica XYZ, un indulgente ma coinvolgente esercizio di tecnica strumentale con alternanza di parti soliste. Moving Pictures chiude la quadrilogia progressive dei Rush, suggellata dal live Exit stage left e il periodo di miglior gloria artistica. Il successivo Signals apre una nuova fase, i brani sono più corti, si punta alla sintesi più che all'analisi, e il ruolo delle tastiere diventa non solo di appoggio ma assolutamente preponderante sostituendo in parte la chitarra nell'economia complessiva del sound del gruppo; questa è una fase di allontanamento sia dall' hard che dal progressive, preferendo un sound algido, tecnologico e poco irruente. Molti fans della prima ora storcono il naso accusando il gruppo di eccessiva freddezza ma in realtà Signals è un disco di ottima fattura e ben ispirato con ottimi brani come l'iniziale Subdivisions, Losing it, impreziosita dal violino elettrico e New world man, con addirittura una ritmica reggae-rock. Nel 1984 esce Grace under pressure, disco molto orecchiabile, meno levigato del precedente ma anche meno riuscito, e gli anni successivi Power windows e Hold your fire, dischi più riusciti, specie il secondo, sempre nel solco di un power rock supportato da grande tecnica e da un grande songwriting anche se un po’ monolitici come arrangiamenti e scelte stilistiche. Il live A show of hands chiude questa fase del gruppo, che ritorna nel 1989 con Presto, disco peraltro deludente e nel 1991 con Roll the bones che gli è di poco superiore. Come risposta ad un accenno di crisi ispirativa nel 1993 esce Counterparts che recupera nettamente una certa durezza di fondo, con brani però non all'altezza del passato anche recente, e nel 1996 Test for echo, disco molto curato ma poco significativo. Questi ultimi dischi, permanendo comunque una forte dignità di fondo, manifestano una evidente parabola discendente nella creatività del gruppo, la cui stessa esistenza è messa in discussione dalle vicissitudini famigliari di Peart. Ma nel 2002 esce Vapor trails a scompaginare la situazione. Il disco può piacere o meno, a chi scrive non piace, ma marca, dopo 30 anni di carriera, una discontinuità rispetto alle fasi precedenti, presentandosi con un sound molto duro, a volte al limite del "noise", con la chitarra di Lifeson che batte territori asprissimi. Che sia un nuovo inizio oppure l' estrema risposta ad una crisi, magari preludio allo scioglimento, non è dato sapere, certo è che Vapor trails è disco al contempo discutibile e coraggioso, sperando che non sia l'ultimo atto di un gruppo importante sia come definizione stilistica sia come corpus musicale.
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